di Giuseppe De Pietro

Il nostro viaggio ebbe inizio con un appuntamento al di là del Circolo Polare Artico. Partì per fare ventimila chilometri come se dovesse andare in campagna, l’animo lieve, senza inquietudine, senza angoscia, sereno. Quattro aerei dopo, una pausa a Montréal, sbarcammo a Quiquitariuak, un villaggio inuit di 500 abitanti. Nuvola di polvere, atterraggio tra montagne e mare, tempo capriccioso, freddo pungente scendendo dall’aereo.
Ecco il Polo Nord, al di là del Circolo Polare Artico. Infagottato nel suo abbigliamento polare, mi dice: “Non me lo immaginavo così. È come da noi!” Effettivamente, davanti alle case in muratura, le antenne paraboliche, l’elettricità e il passaggio di macchine o di quad che non andavano da nessuna parte, ci si poteva legittimamente chiedere per quale ragione avessimo attraversato il pianeta. E ci restavano dieci giorni da vivere in quel posto!

Pauloosie fu la nostra guida. Settantaquattro anni, il viso abbronzato, gli occhi a fessura, le pupille scure dissimulate, i capelli neri quasi a spazzola, il passo felino, elastico e pesante come quello del sublime orso bianco, molto probabilmente sciamano, ma anche pastore al bisogno, saggio del villaggio, autorità incontestata e riconosciuta, padre di una famiglia numerosa e attiva al suo fianco, lo chiamavano anche Atata – papà in lingua inuktitut, la sola che parlasse. Aveva conosciuto igloo e cani da slitta, caccia all’orso e pasti di tricheco, balene squartate nel villaggio e abiti in pelle d’animale. Fu lui dunque il pilota del nostro battello, quello che ci condusse per i paesaggi sublimi e ci sistemò in accampamenti sommari, austeri e rudi; che evocò l’orso, in una preghiera sciamanica di cui conservava il segreto, perché lo potessimo vedere il giorno dopo; e che ne trovò cinque o sei, offerti come omaggi magici durante il nostro soggiorno. Fu lui che ci fece gustare la foca cruda al riparo di un fiordo bordato d’oro dalla luce perpetua dell’estate; che condivise con noi il beluga fermentato – che poi non è nient’altro che balena putrida; la zuppa di caribù, la foca bollita; ci raccontò ancestrali storie eschimesi aiutandosi con ossa sparse in un gioco singolare. Ci fece vedere gli iceberg, gli hummock, le balene, banchi di foche groenlandesi.

Vi racconto la storia del popolo Inuit: sui ghiacci del Polo, la difficile vita di quelli che qualche tempo fa si chiamavano esquimesi. La storia racconta di Agaguk, giovane cacciatore inuit, che come tutti i suoi fratelli, deve battersi continuamente per sopravvivere in un paese freddo ed isolato dal mondo. Tra il suo desiderio di liberarsi delle tradizioni del suo popolo e dell’ influenza di suo padre, e il confronto di questi valori con quelli dell’ uomo bianco, Agaguk rappresenta il difficile cammino del popolo inuit verso la nostra civiltà.
Il Nunavut, che in lingua Inuktitut vuol dire “La nostra terra”, è stato ricavato dalla divisione dei Territori del Nord–Ovest e conta su un territorio di 2.000.000 kmq sul quale vive una popolazione di appena 22.000 abitanti, di cui la maggior parte (circa 18.000) appartenenti all’etnia Inuit.

Le forti spinte al riconoscimento del Nunavut affondano quindi le radici nella necessità per gli Inuit di vedersi attribuito il loro proprio territorio, l’unico sul quale hanno elaborato la capacità di sopravvivere (al di là della linea degli alberi, la tundra), oltre che nel bisogno di identificarsi nella propria cultura, religiosità e lingua.
“Va ascritto agli Inuit il merito di aver trovato nella propria cultura la capacità di continuare a vivere e lottare, ma va anche ascritto al Canada contemporaneo, che si è saputo dare una costituzione multiculturale e federale, la realizzazione di un processo democratico che proponga, in questa fase di globalizzazione del mondo, una capacità di essere peculiari e federali, liberi e solidali, tradizionali e moderni”.

All’aeroporto per la partenza, aspettando che l’aereo bucasse la nebbia per ricondurci verso la civiltà, Pauloosie e mio padre si tenevano vicini, silenziosi, immobili; comunicavano con i loro mutismi, più che con le parole o i gesti. L’aereo atterrò, noi prendemmo posto, e decollò. Mio padre si girò, guardò il villaggio dall’oblò, prendemmo quota e vedemmo la banchisa spaccata, le nevi eterne, il movimento dei ghiacciai. Credo che nel silenzio che continuava mio padre scoprisse di non aver visto quello che era venuto a vedere, ma di aver visto soprattutto quello che non si sarebbe mai immaginato di trovare: il suo doppio boreale, il suo simile polare – un uomo costruito su verità essenziali, uno di quegli esseri con cui si fabbricano i modelli di serenità, di virtù, di forza e di incorruttibilità.

I popoli artici non sono né selvaggi da respingere né primitivi da indennizzare: l’etnocidio passa sia per la distruzione di massa organizzata di un popolo, dei suoi costumi, della sua lingua e delle sue tradizioni, che per il processo di imbalsamazione che suppone il museo, fosse anche di arte primitiva, e che scaturisce dalla (buona) volontà dei bianchi a stringersi un po’ per fare posto ai selvaggi autorizzati ad accedere alla loro cultura, accanto a Rembrandt, Leonardo e Michelangelo…
Aprire il Louvre alle maschere Yup’ik, o inaugurare un’istituzione parigina che le espone, manifesta ipocritamente o inconsciamente la permanenza di un complesso coloniale, nonostante le buone intenzioni dichiarate. L’unico omaggio che si possa rendere a un popolo non è quello di rinchiudere le sue tracce in un museo, né di dedicargli un culto, ma di rivendicare l’influenza, di confessare con gioia l’azione genetica dei suoi pensieri, delle sue visioni, delle sue affermazioni, di valorizzare il ruolo motore dei suoi riferimenti nella nostra concezione del mondo. Tra la fossa comune e il museo, esiste un luogo per l’omaggio effettivo, non verbale, ma efficace: chiediamo agli inuit ciò che abbiamo chiesto ai greci e ai romani: di portare un po’ della loro luce nei nostri tempi oscuri.

http://nunavuttourism.com/