di Giuseppe De Pietro

Alle Canarie troverai le isole felici, la natura incontaminata, un clima stupendo tutto l’anno, la gente delle Canarie è aperto, ospitale, sono diversi dai tipici isolani, sono abituati da sempre ai viaggiatori.

Oceano Atlantico, a poco più di cento chilometri del Marocco e circa mille dalla Spagna, siamo nel caldo, siamo alle Canarie. Sette isole Tenerife, Fuerteventura, Gran Canaria, Lanzarote, La Palma, La Gomera, El Hierro sono terre nate dai vulcani dove la dove è sempre primavera, l’aria è dolce, il sole che non vi lascia mai e la natura fiorisce sempre, ingentilisce rocce, vulcani, plateau lavici, deserti, canyon e coste e picco sull’oceano. Insomma per farla breve sette mete ad appena tre ore di volo da casa per godere del mare e spiagge nel pieno dell’inverno.
1.500 chilometri di costa con trame di insenature, baie, scogliere e interminabili dune sabbiose, autentici deserti, ogni isola possiede una varietà di ambienti e paesaggi che, dal mare alla montagna, diventano i luoghi ideali per ogni tipo di vacanza: tintarella, snorkeling, vela, windsurf, sci acquatico, trekking, canyoning, freeclimbing o semplicemente un tour culturale tra i vari borghi, monumenti, musei.

Plinio il Vecchio le battezzò Canarie per la grande presenza di cani selvatici in ogni isola. Dopo la conquista e la sottomissione della locale popolazione indigena dei Guanchi da parte delle truppe di Ferdinando e Isabella di Spagna, i naturalisti europei iniziarono a frequentare assiduamente l’arcipelago per la flora straordinariamente ricca di endemismi floreali e per le osservazioni geologiche dei terreni vulcanici. Le diversità, in ogni declinazione, qui si accostano generando stupore e senso di scoperta. O che siate alla ricerca di sole splendente, acque turchesi, cieli sereni o di mondi selvaggi e aspri pieni di silenzi rotti da venti sferzanti.

Le isle Canarie, un continente in miniatura, che ha tanti microclimi diversi, un’altitudine quasi alpina e una vegetazione subtropicale. Mandorle e zolfo, silenzio di terra, vento di mare, vigneti eroici d’altura, luce primordiale. Guardando dall’alto i canyon vulcanici scavati in milioni di anni, capirete perché alcuni poeti, folgorati da un’unica indimenticabile gita, la definì «tempesta pietrificata». Gli ingredienti dell’esplorazione sono mandorle, banane, zolfo, miele, cereali antichi, vino d’altura, vento, silenzio. Il segreto per legarli tutti, quello che nelle ricette si intuisce ma non viene svelato, è la lentezza.

Un viaggio di terra, nello spirito degli antichi canari, che guardavano il mare con diffidenza e rimasero in una perenne preistoria fino all’arrivo degli spagnoli. Sarebbe un delitto però non omaggiare l’oceano: prendete una barca a Guigui Puerto de Mogán e fatevi portare a ovest, la costa è un seguirsi di lidi spopolati e difficili da raggiungere via terra. A Veneguera vivrete in una spiaggia incontaminata via mare o dopo otto dissuasivi chilometri di sterrato, per Güigüi sono richieste due ore di trekking nel canyon verde come una costa del nord Europa. La sabbia nera, l’oceano (in linea d’aria ci sono la remota El Hierro e poi l’America), le rocce imponenti, le acque piene di saraghi, polpi, tordi: sembra di essere sul punto esatto nel quale è iniziata la vita, con i primi pesci pronti a colonizzare la terra da un momento all’altro (pensieri incoraggiati dal fatto che l’ombra è quasi assente per molte ore).
I primi villaggi nella strada verso nord aiutano a familiarizzare con lo scenario: il rumore del vento, cani che abbaiano in lontananza, mandorli e pini canari, assenza di copertura telefonica, statue in bronzo che raccontano episodi di storia locale. Un bel po’ di curve dopo vi aspetta la bodega più elevata delle Canarie: le cantine Agala. Juan, un uomo quasi novantenne che ne dimostra tanti di meno, ha creato le vigne con le sue mani: nove ettari di terrazzamenti nella riserva della biosfera, undici ore di sole, 30 mila bottiglie all’anno, la più «alta» a 1318 metri di altitudine. Sandra, la figlia, accoglie viaggiatori per le degustazioni (i vini non vengono esportati, si assaggiano solo qui). Per secoli Gran Canaria è stata ultima tappa delle navi verso l’America, la rotta aperta da Colombo in persona.
«Ogni giorno rimango a bocca aperta per la bellezza di tutto questo», mi dice Sandra, indicando le montagne e il Roque Nublo, la «roccia nuvolosa» sacra degli antichi. Non lontano c’è il Parador de Cruz de Tejeda, un austero albergo in una dimora storica. Fermatevi per un passaggio nella spa e un tuffo nella piscina riscaldata affacciata sulla caldera: il posto perfetto per riflettere sui versi di de Unamuno in attesa dell’aperitivo. Siamo nel cuore di Gran Canaria: Tejeda è una manciata di case lungo una strada nella roccia, nel 2016 è stato eletto villaggio più bello di Spagna. Entrate nel piccolo albergo Fonda de la Tea. Fina, la proprietaria, è pasticciera, scrittrice, storiografa: vi accoglierà con dolce alle mandorle, miele di palma e gofio (un misto primordiale di cereali locali che si deve alla perizia di mastri mugnai che la tramandano da generazioni), e con tutte le storie che avete voglia di ascoltare.

«Questo era un rifugio per artisti, inquieti, lunatici a cavallo in cerca di pace, è stato dimora di pittori e scrittori, è citato in un romanzo di Jules Verne». Lo ha riaperto lei come scommessa, ma ribadisce: «Accolgo solo gente che non va di fretta».
Gran Canaria è un frammento subtropicale di Europa, dopo aver superato le montagne il paesaggio si trasforma in quello di una saga di García Márquez. L’Hacienda del Buen Suceso di Arucas è una piantagione, dentro c’è una guesthouse da una decina di stanze affacciate su migliaia di banani, un mare di foglie verdi mosse dal vento. Gli ospiti la condividono con la marchesa, padrona della piantagione, notevole tocco di realismo magico. La Finca La Laja ospita l’unica coltivazione di caffè d’Europa, la più vicina al Polo Nord. Ci accoglie Victor, poliglotta e affascinante, erede di generazioni di coltivatori: «Sono el jefe pequeño», spiega, «il capo piccolo, il capo grande è mia madre». Mostra con orgoglio i chicchi verdi di caffè, una microproduzione gourmet esportata col passaparola: «Il mio sogno è una cultura del caffè come quella del vino». La destinazione è remota e l’obiettivo è ambizioso, ma ci si può lavorare.
Dopo rocce sacre, spiagge nere e piantagioni, Las Palmas è l’approdo urbano di cui avete bisogno. Il Gabinete Literario è una sala da ballo che serve ottimi spuntini, affacciato sulla stessa piazza del polveroso Hotel Madrid, dove fu scritto il manifesto del franchismo: è il nostro addio al realismo magico. Dopo un’animata cena al Mercado del Puerto seguite il richiamo delle tapas: La Recova Vieja, La Picadita, El Verol sono i nomi da ricordare, prima di salutare l’isola e le sue anime con un drink alla Azotea de Benito, la terrazza più elegante della città. Se cercate qualcosa di specifico a cui brindare, c’è un antico simbolo tipico dell’arcipelago, l’albero del drago, diffuso in tutta Gran Canaria. È una pianta secolare, fiorisce dopo trent’anni, cresce un metro a decennio. La sua resina è rossa, è il «sangue del drago», con proprietà magiche e in grado di curare molti disturbi, tra questi, la fretta.

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