lntervista di Giuseppe De Pietro

“Solo lo sguardo ingenuo ed indagatore, ironico e fantasioso al contempo d’un bambino o d’un artista poteva trasformare abusati oggetti d’uso quotidiano in opere uniche, dando loro una originalità e dignità d’arte.”

Mi sono avvicinata alla pittura ed alla scultura traendo da ognuna la sua ricchezza e peculiarità. Non posso dire di prediligere una forma d’arte in particolare. Sono i colori che mi affascinano, tradizione ed innovazione dal mio punto di vista sono mezzi dalle potenzialità espressive enormi e inesauribili; tutto dipende da quello che voglio comunicare, da “come” voglio farlo e che risonanza voglio che abbia. Per questo nelle mie opere continuo a contaminare tecniche e usare ogni mezzo ed ogni tipo di supporto a disposizione. Non ho schemi precostituiti, una tecnica formale determinata ed uno stile univoco, solo un impulso da assecondare, una poetica che prende corpo nel soggetto scelto. In sintesi: di continuo oggi creo occasione di incontro tra architettura e tradizione.
Nella mia recente mostra, presso nella Galleria del Centro Cultural Borges di Buenos Aires, le mie opere stanno, come minime note, pervase di humour, su pomposi altari barocchi di elementi in legno e dipinti. Il contrasto tra arte e retorica e minima semplicità non potrebbe essere più marcato. I soggetti da me scelti sono oggetti comuni che divengono arte. Comincia a entrare in contatto con la materia, a plasmarla, a darle forma, a sentirla propria, ed è qui che inizia a vivere una nuova dimensione artistica proiettandosi verso la forma tridimensionale.

L’attuale progetto comprende una serie di dipinti, collage e legno, di varie misure, dove l’astrazione geometrica è la protagonista. Il paesaggio lo notiamo del naturale verso l’architettura, in una organizazione di spazi propri dell’azzardo e di quel gioco di forme e colori. Gli oggetti sembrano galleggiare, invitando allo spettatore a spiare e scoprire l’occulto e misterioso. Queste atmosfere producono uno spazio equivoco o ambiguo dove no si sa cosa c’è dentro e fuori. Dove l’illusione permette disegnare un cammino; propio dell’essere umano, che progetta ed ha uno sguardo come di speranza, in cerca di quella felicità che sembra essere tanto astratta o effimera como la vita stessa.

Perdono, nel loro farsi sculture, la funzione ordinaria, per divenire speciali, uniche, forme scolpite nella pietra, ed in tal modo nuovamente visibili, in una prospettiva che non è utilitaristica, commerciale, consumistica, bensì semplicemente estetica. Paiono quasi giocattoli di una casa di bambola in marmo e gesso. Palese è l’ironia che sottende tale processo creativo. Un gioco decontestuallizante degli oggetti, che si trasformano in soggetti plastici. Ma è una ironia che ha il sapore di una poesia zen, ed in questo la scultrice rivela il suo stato d’animo; le sculture sono leggibili come piccoli oggetti tridimensionali, che manifestano una bellezza celata nella vita d’ogni giorno.
L’artista mostra una voglia di scovare nella banalità del quotidiano il sottile filo rosso dell’arte; ovvero una fanciullesca (in senso pascoliano) e lirica curiosità di osservare il mondo di tutti i giorni con l’occhio ingenuo dell’arte, per trovarvi, come piccoli tesori sotto la sabbia, la poesia nelle piccole cose. Le opere di De Pietro possiedono un fascino particolare, che risiede proprio in tale processo metamorfico di cose in arte, di comune ed ordinario in incanto poetico.

L’abbiamo incontrata ed intervistata.

Marcela, raccontami in poche righe il trailer della tua vita?
Sono figlia di emigranti italiani, vivo a Buenos Aires, dopo alcuni anni di attività nel mio laboratorio, ho iniziato uno stimolante cammino con il quale ho avuto l’impulso per la ricerca e la sperimentazione, realizzando opere in oleo di grandi dimensioni.
Il mio impegno nel coniugare pittura e scultura mi ha portato a svolgere un lavoro di ricerca sperimentale su strutture a guscio con la finalità di progettare e realizzare sculture a carattere funzionale per contesti urbani o spazi privati.
 Ora il mio obiettivo è quello di trasferire la mia esperienza per portare la mia professionalità e la mia spontanea creatività a beneficio dei millenials è ciò che faccio durante i miei corsi.

Eppure sei nata nella terra al di là del Gran Buenos Aires. Mi sono laureata nella Escuela Nacional de Bellas Artes Prilidiano Pueyrredón. Artista Visuale, Professoressa Nazionale di Pittura dal 2003 fino adesso. Con un’ampia esperienza pedagogica docente, in vari Istituti di livello liceale a Buenos. Aires. Ho realizzato di versi progetti artistici, esposizioni e progetti interdisciplinari.
Attualmente sviluppo le mie opere in uno spazio-laboratorio del maestro D´Alessandro Horacio e con Silvina D’Alessandro.
Ho realizzato diversi corsi, como quello di scenografia nel Teatro Colón di Buenos Aires.
Participo in varie esposizioni individuali e qualcuna collettiva: quali sono stati i tuoi primi passi da studentessa e come hai scoperto questi tuoi talenti?
Da bambina la mia passione era l’arte, in tutte le accessioni, poi con il passare degli anni ho appreso che non ero attratta dagli oggetti della ricerca, bensì dall’atto della ricerca stessa: essere in contatto con la terra per scoprirne le forme che riaffiorano oppure che vengono generate spostando i materiali.

Hai qualche ricordo legato alla tua formazione scolastica che poi ti ha accompagnato nel tuo percorso professionale?
Ricordo con molto affetto il mio docente. La sua capacità espressiva e l’indole anticonformista e spiccatamente provocatoria ha instillato in me l’attenzione per le forme, la capacità di scoprire che dentro a oggetti finiti e di comune uso potevano nascondersi altri segni e design, cosicché da un vaso tagliato al tornio ecco uscirne una tazza. Una caratteristica delle forme è quello di suggerirne più impieghi.

Quali erano i tuoi obbiettivi finito il periodo della formazione?
Ho sempre avuto un approccio da pittrice prima, chi mi è stato accanto professionalmente ha potuto constatare la mia tendenza a realizzare le opere, partendo da un segno per svilupparlo senza interferenze tecnologiche o digitali: è sempre stato importante sentire nelle mie mani la forza generatrice della matrice. Questa modalità operativa mi ha sempre accompagnata nella realizzazione di quadri ed oggi in un periodo più recente oggetti prodotti in serie limitata con materiale ceramico e mi sta accompagnando ancora oggi nella realizzazione dei miei nuovi progetti.

Perché non ti dedichi, insieme a qualche stilista di moda alla realizzazione da proporre direttamente al pubblico lanciando una collezione di monili, come esemplari unici in ceramica.
E’ una bona idea, ci penserò.

Dove possiamo ammirare alcune delle tue realizzazioni?
Sicuramente dove attualmente vi sono esposte alcune delle mie opere più significative.
“Opero le mie scelte estrapolando dalle “forme libere”, nate da questa sperimentazione, volumi ed elementi strutturali, da integrare in un progetto, oggetto d’uso o scultura che sia.”

Nella tua arte, forse vi sono momenti della tua vita?
“Progettare significa progettarmi, dare forma a quel preciso momento della mia vita. Il designer deve essere molto attento alla funzionalità e agli equilibri dell’oggetto. Realizzare se stessi nell’oggetto creato rendendolo un capolavoro perché in esso è fissato quell’istante di vita, matrice per rigenerare la vita stessa e creare un nuovo inizio e un nuovo capolavoro, come una spirale che si evolve, per tendere all’infinito”.

Cosa si prova a manipolare la materia per creare un’opera d’arte?
Durante il lavoro, quando sono completamente immersa, è difficile per me capire da quale forza sono guidata. Non so perché scelgo un’immagine piuttosto che un’altra, ma sono interessata al modo in cui ciò che è fisico determina un impatto sul piano psicologico. Voglio che gli osservatori siano in grado di percepire il mio lavoro all’interno del corpo.

“Ciò che è fisico determina un impatto sul piano psicologico”: cosa vuol dire?
La scultura è solida per natura, ma il significato che cela, il suo impatto o le sue interpretazioni simboliche variano. Fin dall’inizio, il mio lavoro è stato incentrato sul concetto di metamorfosi.

Una delle conseguenze concettuali del termine “metamorfosi” è “ibridazione”, che suona, in qualche modo, più “artificiale” e costituisce un elemento importante del tuo approccio poetico, filosofico e scientifico alla realtà. È possibile identificare, in quelle forme e visioni che cambiano di continuo, uno specchio del contemporaneo?
Certo, è uno dei tanti modi in cui si può leggere il mio lavoro.

Vuoi dire che la percezione è fondamentale per stimolare l’immaginazione dell’osservatore? 
La percezione è fondamentale. In che altro modo, altrimenti, si potrebbe determinare una reazione? Il mio lavoro, tuttavia, non deve necessariamente strappare una reazione. Ho realizzato sculture che trovo divertenti mentre altre persone le trovano terrificanti. Oppure succede l’opposto. Sono interessata alla contraddizione, inoltre ritengo sia proprio la contraddizione a renderci attivi e funzionanti. I nostri stessi desideri contraddittori rappresentano, infatti, ciò che ci guida e ci rende interessanti in qualità di esseri umani.

Cosa sceglieresti fra il mondo onirico di una mente individuale e l’immaginario concepito da una mente collettiva? Ovviamente quei simboli il cui significato è oggettivamente interpretabile sono più adatti ad un pubblico ampio.
Non so cosa intendi per “immaginario concepito da una mente collettiva”. Ma so che guardare gli oggetti del passato come se stessi guardando al mio tempo mi fa sentire a mio agio. Mentre ritengo sia impossibile capire appieno quale significato è custodito da un’opera d’arte in relazione a tempo e cultura; so di voler trovare cose che abbiano attraversato la storia e che siano di una certa rilevanza e utilità per me in quanto artista.

Come hai interpretato l’invito?
Era una sfida interessante: come guardare gli oggetti provenienti da diverse culture e diversi periodi storici e organizzare una mostra dedicata a tali oggetti abbinati alle mie opere. Essendo una scultrice molto coinvolta con il fatto stesso di creare, è naturale, per me, chiedere in che modo un altro oggetto sia stato fabbricato. Perché è stato fabbricato nel modo in cui è stato fabbricato? La tecnologia di quel tempo ha influenzato i materiali e la fabbricazione? In che modo i materiali hanno influenzato l’immaginario e il suo significato?

Il tuo lavoro è correlato a una sorta di “archeologia del futuro”? Se gli archeologi del futuro trovassero le tue opere d’arte, credi che una tale scoperta permetterebbe loro di apprendere qualcosa riguardo alla cultura del XXI secolo? 
Credo che il mio lavoro sia un’estensione di me. In che modo il mio lavoro verrà percepito in futuro, magari fra un secolo, è fuori dal mio controllo.

Tu cosa ne pensi?
Penso che il tuo lavoro diventerà, in futuro, di vitale importanza per capire non soltanto il tuo punto di vista individuale, ma anche la mente umana e il meccanismo della percezione. A cosa stai lavorando, adesso?

Cosa accade nel momento magico in cui ti accingi a creare le tue opere? Riesci a descrivere le sensazioni, i pensieri che ti passano per la mente in quel preciso istante?
Per giorni il “qualcosa” che io voglio rappresentare nasce, si forma, si concretizza nella mia mente. Quando l’opera è mentalmente compiuta, solo allora prendo i pennelli. I pennelli, non la matita. Non disegno. Passo direttamente al colore. E il pensiero che mi passa per la mente è quello di riuscire a riportare su tela il soggetto che ho in testa. Naturalmente, poi, l’opera prende vita e se ne va per conto suo. 
Hai già esposto in diverse mostre a Buenos Aires, ma ogni volta è inevitabilmente una grande emozione.