di Gaetano Ferrari (Buenos Aires) 

Papua Nuova Guinea, per vivere il cosiddetto viaggio “una volta nella vita.  E’ una terra selvaggia, incontaminata e variegata che spazia dalle paludi alle frastagliate rocce calcaree, dal caldo soffocante al freddo delle Highlands, dagli abitanti dei villaggi coperti di piume e perle alle poco fantasiose popolazioni delle colline, dal minuscolo canguro arboreo alla gigantesca farfalla Attacus atlas (Queen Alexandra Birdwing). È proprio questa varietà che da sempre attira folte schiere di esploratori, antropologi e viaggiatori. Oggi, tuttavia, molti giornali tendono a dare un’immagine poco rassicurante del paese e anche se molte delle notizie fornite sono dettate da un eccesso di allarmismo, è bene ricordare che Papua Nuova Guinea è colpita dagli stessi problemi (disoccupazione, aumento del tasso di criminalità e sfruttamento dell’ambiente) che affliggono molte nazioni emergenti. Tenete anche presente che l’industria del turismo sta ancora muovendo i primi passi e che gli alberghi sono costosi, i trasporti sono scarsi e la cucina non è molto allettante.’ un paese-isola con catene montuose e paludi sterminate. Gli abitanti di quest’isola morfologicamente tanto complicata potessero capirsi a vicenda, andare a scuola, dedicarsi al business e osservare una legge scritta non restò, che ricorrere all’inglese. Papua Nuova Guinea (indipendente dal 1975, comprende la Papuasia, british colony ceduta nel 1906 all’Australia, e la Nuova Guinea, colonia tedesca fino al 1920, governata da una democrazia di stampo britannico con Elisabetta II capo formale dello Stato): miniere, petrolio, caffè, tè, olio di palma e legname potrebbero in breve tempo arricchire una popolazione che pratica tuttora l’economia di scambio. Se si eccettua un po’ di animazione nella capitale Port Moresby, porto affacciato a sud dell’isola, sul mar dei Coralli e nelle altre towns sul mare, nell’interno del Paese si vive la tipica atmosfera coloniale degli avamposti di frontiera: dal che è facile dedurre quanto selvaggio e in gran parte inesplorato sia l’interno, montagnoso nella parte centro-orientale della PNG, prevalentemente piatto, solcato da immensi fiumi, a nordovest, fino al confine con l’Irian Jaya indonesiano, e praticamente inaccessibile nelle sterminate paludi della terra Papua antistante l’Australia.

Tanta natura incontaminata, paesaggi esotici con flora e fauna assolutamente uniche e soprattutto il contatto con gli indigeni (una delizia per chi ama l’etnologia e la storia del mondo, un obbligo andarvi, al quale non può sottrarsi il vero viaggiatore che qui scoprirà in alcuni territori che per l’uomo esiste ancora la preistoria. Atterrati a Port Moresby (l’Australia è a due passi, almeno in aereo) inizia un’esperienza di viaggio poi non così ‘selvaggiona’ grazie a buone infrastrutture turistiche (ovviamente scarne, e tanto meno di lusso, ma efficienti). Sulle Highlands, a Tari, si va alla scoperta degli Huli, la tribù degli “Uomini-parrucca“, dopodiché, ammirate tante varietà di uccelli del Paradiso, si vola con piccoli aerei da turismo a Goroka per incontrare la tribù degli Asaro Mudmen, “I guerrieri di fango”. In pianura si naviga nell’immenso e infinito bacino dei fiumi Sepik, Blackwater e Karawari, visitando villaggi che della civiltà possiedono conoscenza sommaria. 

Gli abitanti del Papua Occidentale sono circa due milioni e 250 tribù. È probabile, tuttavia, che ve ne siano altre che non hanno ancora avuto contatti con l’esterno. Papua è la metà occidentale dell’isola della Nuova Guinea, che gli Indonesiani chiamano Irian Jaya; la parte orientale è invece costituita dalla nazione indipendente del Papua Nuova Guinea. I Papuasi occidentali sono etnicamente e culturalmente distinti dagli indonesiani che li governano da Giacarta, cioè da quasi 5.000 chilometri di distanza. Nella Nuova Guinea convivono sorprendentemente lingue e culture diverse.

La Nuova Guinea è la seconda isola del mondo per grandezza. Il Papua occidentale, con i suoi abitanti, è diviso in due zone distinte: gli altopiani (highlands) e le pianure (lowiands). Negli altopiani centrali vivono le tribù delle highland, spesso conosciute come kotecas dal nome della zucca con cui gli uomini si coproro il pene. Allevano maiali e coltivano patate dolci. Fanno parte di queste tribù gli Amungme, nel cui territorio si trova la miniera Grasberg del gigante americano Freeport, e i Dani della valle di Baliem. I popoli delle pianure, come gli Asmat e i Kamoro, vivono nelle zone costiere, paludose e malariche, ricche di palme da sago e di cacciagione.

Del popolo Amungme, è rimasto solo il nome. Le montagne, i fiumi, le foreste, ora tutto appartiene alla Freeport e al governo. lo non ho più nulla“. Vivono sugli altipiani della parte centro-meridionale del Papua Occidentale (chiamato dagli Indonesiani Irian Jaya). Negli ultimi anni, a seguito della costruzione della miniera anglo-americana Grasberg, hanno assistito impotenti alla distruzione delle loro montagne sacre e all’eccidio dei loro parenti per mano dell’esercito indonesiano che “difende” la miniera.

 

Sebbene il termine “Amungme” sia ora comunemente utilizzato dagli stessi indigeni per indicare indistintamente uomini e donne, in realtà, il nome si riferisce propriamente agli uomini amung; la parola esatta per le donne è invece amung-in. ‘Amung’ significa “primo” o “vero” popolo. Così come gli altri  popoli tribali che abitano il Papua occidentale, i Amungme sono assolutamente distinti dagli Indonesiani che governano la loro terra. Essi sono infatti di origine melanesiana, mentre gli Indonesiani sono malesi; inoltre, parlano lingue distinte, hanno religioni diverse e provengono da continenti differenti.

 

Gli Amungme abitano gli altopiani intorno alla gigantesca miniera Grasberg. Il clima della regione è freddo e umido.
Per la loro sussistenza dipendono dall’agricoltura a rotazione, dalla raccolta di radici, bacche e noci, dalla caccia e dall’allevamento dei maiali. Uomini e donne vivono in case separate: i primi negli Hitongi (case degli uomini), mentre le donne insieme ai loro figli. Le case sono di forma circolare e vengono costruite con materiali ricavati dalla foresta, come cortecce e foglie di palma. La dimora rappresenta il punto d’incontro dove riunirsi per mangiare e dormire.

Tra i principi fondamentali che ispirano la vita degli Amungme vi sono: la reciprocità, la libertà personale, la generosità e il rapporto con il mondo spirituale. Questi principi costituiscono la trama implicita e naturale di ogni aspetto della loro vita: dalle relazioni sociali alla religione, fino alla proprietà della terra. Gli stranieri che giungono nei loro villaggi vengono accolti calorosamente: la reciprocità è fondamentale, e venir meno a questo principio significa meritare la punizione degli spiriti della terra o di Dio. Una delle ragioni del risentimento degli Amungme verso le compagnie minerarie deriva proprio dal mancato rispetto della reciprocità. Essi hanno infatti dato la loro terra, il loro rame e il loro oro, senza ricevere praticamente nulla in cambio. Le donne amungme passano gran parte della giornata negli orti, in compagnia dei figli più giovani. I bambini vengono portati sulle spalle in morbidi zainetti di rete, che servono anche al trasporto dei maialini. Prima di essere riutilizzati, i campi vengono lasciati a maggese per un certo numero di anni. 

Gli Amungme dispongono di campi da coltivare a sufficienza e, dunque, non sentono la necessità di creare ulteriori appezzamenti abbattendo la foresta, che può quindi continuare a essere sfruttata per la raccolta e per la caccia. I numerosi tabù che caratterizzano la cultura amungme dettano ciò che può o non può essere sfruttato preservando efficacemente la foresta (è proibito, infatti, abbattere certi particolari alberi e uccidere animali indiscriminatamente). Tuttavia, da quando la Freeport ha occupato le loro terre, molti dei loro tabù sono stati violati e gran parte dei luoghi a loro sacri sono andati distrutti.

Le sommità delle montagne e i ghiacciai rappresentano i luoghi più sacri agli Amungme. Essi, infatti, credono che gli spiriti degli avi vi dimorino per sorvegliare la loro terra: “Le alture hanno per noi un significato molto speciale. Quando i nostri vecchi muoiono, le loro anime migrano sulle montagne e nei fiumi vicino alle vette“.

Gli Amungme, inoltre, possiedono un sistema sofisticato per disciplinare la proprietà della terra, regolato attraverso la sua appartenenza ai clan e alle famiglie. I clan possiedono aree definite, entro cui singoli appezzamenti vengono assegnati come proprietà individuali a quegli uomini e donne che li coltivano. La legge amungme proibisce la vendita della terra; a questo proposito, per esempio, se un terreno dovesse essere abbandonato per permettervi la costruzione di una scuola (o di una miniera) i legittimi proprietari, l’intero clan, avrebbero diritto ai profitti di tale terra, siano essi patate dolci, rame oppure oro.

Grasberg è la miniera di rame e oro più grande del mondo, e produce un utile di oltre un milione di dollari al giorno. Molti Amungme che abitavano l’area interessata dalla miniera sono stati trasferiti nelle valli, dove hanno contratto malattie come la malaria, verso cui non avevano difese immunitarie. Gli indigeni hanno anche dovuto subire l’invasione di numerosi stranieri giunti nel loro territorio in cerca di lavoro. Gli stessi Kamoro, che abitano nelle vicine pianure, sono stati sfollati. Ciò ha provocato l’esondazione dei corsi d’acqua e la morte dei pesci e degli alberi di sago di cui gli indigeni si cibano. Il desiderio principale degli Amungme è di essere riconosciuti come ‘popolo’. Vogliono che tutti sappiano della loro esistenza, e chiedono il rispetto del loro diritto a mantenere il proprio credo e la propria terra.