di Gianni Dal Maso

Sono stati due giorni dedicati alle intersezioni tra Arte e dermatologia, tra medicina e discipline umanistiche. Il format, nato da un’idea di Massimo Papi, alla sua nona edizione. Tra le novità, l’interscambio via social e il tatuaggio di ultima generazione

La pelle come tela pittorica. Incrocia estetica e salute, novità medico-scientifiche e linguaggi visivi la nona edizione di «Dermart», la due giorni di incontri e dibattiti in programma venerdì e sabato al Foro Romano (venerdì e sabato, chiesa di San Lorenzo in Miranda, Nobile collegio dei farmacisti). Nato da un’idea di Massimo Papi, dermatologo, il format si declina come un viaggio multidisciplinare intorno alla pelle, sostantivo femminile.

Tra le novità di quest’anno, c’è la diffusione dei social media come strumento di comunicazione e interfaccia tra medico e paziente. Accade, infatti, che la richiesta di diagnosi e terapia arrivi sempre più spesso allo specialista tramite WhatsApp. Fuori orario e in assenza di condizioni, a volte indispensabili, come l’analisi diretta e l’esame al tatto. Un po’ come succede alla fruizione delle opere d’arte in versione digitalizzata: se è vero che la possibilità di catalogare l’intero patrimonio visivo dell’umanità ha il vantaggio di rendere accessibili immagini che altrimenti non vedremmo mai, di contro esclude numerose informazioni: su tutte, l’esperienza empirica che coinvolge i cinque sensi. Vale lo stesso per le foto di bolle, pustole e irritazioni inviate con un clic: la risoluzione non è sempre adeguata e non può surrogare l’osservazione dal vero. Se non fosse che, ormai, è pratica sempre più diffusa: una realtà di fronte alla quale i medici Web 2.0 devono organizzarsi per rispondere ai mutati bisogni delle persone e interrogarsi sulla possibile regolamentazione. Già, perché in questo tipo di scambio manca, ad esempio, il consenso informato che autorizzi all’uso delle foto che ricadono nella sfera dei dati tutelati dalla privacy.

Si è discusso di altro tema ancora poco conosciuto, che apre nuove prospettive anche in ambito diagnostico, è quello degli e-tattoos: se è vero che il tatuaggio è diventato ormai un fenomeno di costume, tra il narcisismo e il bisogno di fissare ricordi ed emozioni nella frammentarietà della società liquida, può essere utilizzato anche in chiave funzionale e – perché no – salutista. Prendiamo gli skinmarks, termine che identifica particolari anatomici delle mani (sporgenze ossee, nevi, rughe, piccole malformazioni anatomiche) che si trasformano in pulsanti in grado di inviare comandi elettronici. Si tratta, sostanzialmente, di tatuaggi stampati con inchiostro conduttivo. Tra le ultime novità ci sono anche i tech tats, tatuaggi biosensori che rilevano i parametri vitali. E infine, i safe stamps: microchip applicati sulla cute che misurano il tasso alcolemico cambiando colore. Segni sulla pelle che, da vezzi estetici, possono anche diventare utili.

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