“Gli occhi nel colore”

Amazzonia, meu amor (dal 25 Gennaio 2021)

“Sono io, il rio che trova il mare.

Rami, linfe mature, sono specchio

dune di sabbia, verde sulle spiagge.

In foglie di acaça, luna carnosa

frutta spessa, musica di sapori

fluido nervoso, lunare, il flusso.

I suoni di Rio Araguaia e Xingu,

laghi, pantani, isole alluvionate

saltando, pulsa, vene della terra”.

“Eyes in Color”,“Gli occhi nel colore”.


Devo riconoscere che oggi, nelle tele di Franco Azzinari, resiste forte lo spirito dei versi che negli anni ho dedicato alla mia meravigliosa terra di Amazzonia.

“Non è la morte a uccidere

ma l’avidità degli uomini

che arrivano in un’immensa barca

per saccheggiare la foresta”.

Nei ritratti che l’artista italiano dedica oggi alla mia Amazzonia, non ci sono solo i colori accesi della mia gente, i caratteri forti dei loro volti, la forza espressiva di un popolo eternamente in fuga e depredato, la bellezza dei paesaggi che hanno accompagnato la mia esistenza e la mia formazione culturale, ma ci sono soprattutto i bambini indios della mia terra, e che Azzinari racconta e rappresenta cogliendone i colori dentro ai loro occhi, che è quanto di più vero e di più reale si possa cogliere lungo le mille foreste verdi e lussureggianti della mia gente.

“I bambini guerrieri

ciascuno incarna un mito

hanno cinture di paglia intrecciata

ornate di penne di arara

orecchini di Penne di arara

collane di unghie di giaguaro

bracciali di conchiglie di fiume…”

Bambini ultimi del mondo, bambini lontani anni luce dalla civiltà dei popoli occidentali, bambini guerrieri sin dalla nascita, con una fierezza e una forza d’animo che è difficile immaginare o anche solo raccontare, ma che, Azzinari ha colto e riprodotto bene nei loro sguardi e nel loro saper essere icone della resistenza di un popolo disposto a rinunciare a tutto tranne che alla bellezza dei suoi paesaggi incontaminati e baciati dalle acque e dal sole.

Negli affreschi del pittore ritrovo oggi i colori più autentici dell’ Amazzonia, la mia “patria”.
I miei nonni paterni sono nati nella foresta. E anche mio padre Djalma. Erano dell’Acre, una regione interna dell’Amazzonia brasiliana, la terra di Chico Mendes. Mio padre lavorava là e là ho trascorso parte dell’infanzia. Giocavo con gli altri bambini, in piena libertà, imitando i versi degli uccelli, nuotando nel fiume, salendo sugli alberi.

Bambini identici a quelli che Azzinari ci racconta oggi nelle sue tele, bambini affogati di luce e di colori, la luce e i colori straordinari che solo questa terra sa ancora preservare difendere e offrire al resto del mondo, in maniera quasi religiosa.
La nonna mi raccontava i miti antichi, le storie delle sirene e dei folletti. E mi insegnava le infinite voci del vento, le metamorfosi della luna, il linguaggio dei fiori. L’incontro con la loro realtà, è l’origine della mia ispirazione poetica. La famiglia di mia madre, invece, di origine portoghese, rappresentava per me la città, la scuola, lo stile di vita europeo. Ho scoperto che nella foresta c’è una lingua autonoma, diversa da quella delle tribù, diversa da tutte le altre lingue. L’ho imparata e, grazie a lei, che posso sentire come alita lo spirito della foresta.

I bambini indios che Azzinari ha incontrato, e a cui mi dicono abbia anche insegnato a dipingere, portando loro in dono: album da disegno, matite a colori rigorosamente di legno e quadratini di cioccolato, questi bambini indios – hanno rivelato una immensa capacità creativa – sorprendendo – quasi sempre, Franco Azzinari nei lunghi mesi della sua permanenza in Amazzonia rivelandosi depositari di cultura e sapere, cose che  – di fatto – hanno travasato anche a lui, insieme al vero, grande segreto del mio popolo.
Che è la semplicità della vita quotidiana, la serenità con cui si affronta il tempo che scorre, la vita dei popoli delle terre del Bradipo, quell’umanità a stretto contatto con uno degli animali più antichi e lenti del mondo, il mentore perfetto di un viaggio verso una vita più lenta e rilassata, dove l’incedere del tempo ha un ritmo completamente diverso, armonico e accattivante. Poi quella voglia forte di crescere felici restando in terra indios, sorridendo agli animali e parlando con gli animali; quel linguaggio silente, frutto della decodifica dei segni, degli sguardi e del magnetismo che coinvolge gli amerindio, l’incredibile fauna, le acque, la foresta e il cielo, dalla nascita alla morte.

Solo una donna indios, può capire fino in fondo la confessione di Azzinari, quando racconta di avere incontrato e conosciuto un popolo che non sa cosa sia il “grigio”.
Il “grigio” è l’unico colore che manca nella ruota cromatica dei colori dell’Amazzonia.
Ma è così per tutti noi che siamo nati laggiù, lontano da tutto e da tutti. Educati a crescere con negli occhi la luce dei colori forti: dei pappagalli o dei fiori o del verde della foresta,  cui la mia terra è stracolma, in ogni ora, ogni giorno e in ogni mese dell’anno.
Da bambina ricordo ho imparato la lingua della foresta e non ho fatto altro che tradurla per far conoscere al mondo, agli uomini sensibili, i suoi significati. Nella speranza che anche gli insensibili potessero ravvedersi, perché quel mondo potesse essere salvato, preservato, amato.

Dentro l’Amazzonia c’è il mio cuore che batte e dentro il mio cuore c’è l’Amazzonia che respira. La poesia, come anche la pittura, è strumento libero, vero, senza condizionamenti. Colpisce il cuore e la mente. Ecco perché io ho scelto la poesia come arma di riscatto della mia terra. Sapevo che prima o poi la forza delle parole avrebbe conquistato il resto del mondo.


Avrà pensato la stessa cosa Azzinari. Tutto può essere business, non la poesia. Attraverso di essa, gli uomini e le donne possono capire che gli alberi siano noi. E che noi siamo alberi. L’albero è il suo simbolo. Sul tronco di un albero possiamo trovare i segni di una storia millenaria. Un solo albero è il centro di un microcosmo vivente in cui l’uomo è tutt’uno con gli altri elementi che respirano.
Siamo uniti. Uccidere loro è uccidere noi stessi. Disboscare migliaia di chilometri quadrati è pura crudeltà, non solo verso la natura, bensì verso il genere umano che senza il soffio di quella membrana verde, si estinguerebbe.

Capisco la commozione di Franco Azzinari quando dice “Un giorno vorrei poter essere sepolto nella terra degli Indios, dove i bambini Indios mi hanno ridato la gioia di vivere e, mi hanno aiutato a capire il “pianeta” Amazzonia”.

Saranno il caititù, il capivara, l’ariranha, il macaco. Solleva una gamba il bambino come una coda la fa oscillare lieve, gli altri bambini: ariranha, bambino caititù, bambino pappagallo, bambino macaco, in un circolo chiuso si difendono, saltano da un cerchio all’altro agitando la coda, il bambino “giaguaro” e gli altri gridano, il cerchio si muove.

Ho imparato a scrivere a cinque anni e, subito, agli occhi della famiglia di mio padre sono diventata “Márcia la scrivana”.  Scrivevo le lettere per mia nonna, poesie d’amore per le amiche da dedicare ai loro fidanzati, racconti da recitare. Ho composto i primi versi a tredici anni. La poesia è venuta naturale: è la mia compagna, la mia seconda pelle, la mia preghiera. Si fonde coi miti e i riti del Brasile, nella sua cultura mistica e sensuale.

Da adolescente divoravo i capolavori della letteratura portoghese e brasiliana. Adoravo le cronache dei grandi viaggi verso le Americhe e dei primi contatti tra indios e conquistatori. Leggevo anche i classici francesi e russi, soprattutto Racine, Victor Hugo, Camus, Tolstoj e, soprattutto, Dostoevskij.  Il mio eroe era, però, Don Chisciotte. Dei grandi autori italiani adoro il poeta Mario Luzi, che ha scritto anche la prefazione del mio poema sui bambini giaguari. Un grande onore. E’ stato un vero maestro e un amico.

Ora, dopo di lui, tornano nella mia vita i bambini Indios grazie al tratto deciso con cui Azzinari li racconta e li rappresenta.

“Cominciano a danzare in girotondo

i bambini, danza in loro la pelle di animali

kaiku-si ma gelê tapé-wai

lo dicevo che questo era un giaguaro

che esce dal cerchio

kaiku-sí ma gelê tapé-wai

lo dicevo che questo era un giaguaro…”

“Il bambino giaguaro/si trasforma in tutte le cose/che vivono nell’acqua/si trasforma in tutte le cose/che vivono sulla terra/non c’è differenza tra animali e Piante/ciò che vive nella foresta è dentro la dea…”

Pensate che ho studiato antropologia solo per comprendere meglio l’identità indigena del mio popolo. L’antropologia, però, è una disciplina scientifica che privilegia la cultura materiale. Mi considero, dunque, piuttosto una poetessa– antropologa: al centro del mio lavoro c’è lo spirito della foresta.
E’ la stessa foresta che si coglie alle spalle dei bambini ritratti di Azzinari. “E’ lei la divinità Giaguaro/come la foresta/antica è la sua vita…”.

Di fronte ai ritratti di Azzinari mi torna in mente un mio vecchio scritto, che recitava più o meno così: “I sognatori, gli artisti, sono il senso dell’universo, qualcosa in più della scienza, sono l’anima della materia, imprevedibili e profondi quanto l’universo infinito. Quanto dura nell’essere umano il bambino che è in lui? Esiste un’universalità del mondo creativo dei bambini? I bambini sentono gli esseri naturali e soprannaturali, gli esseri che volano e cantano, e con l’allegria della loro immaginazione nel quotidiano vissuto, anche una lattina, una ruota o una scatoletta, sono il principio di tutti i sogni”. Nelle tele di Azzinari si coglie con mano la forza dei sogni e delle illusioni fantastiche dei nostri bambini Indios. Amazzonia meu amor.

Márcia Theóphilo

Marcia Theophilo è nata a Fortaleza, in Brasile. Ha studiato in Brasile e in Italia dove ha preso il dottorato in antropologia.
Candidata al Premio Nobel del 2005, tutta la sua opera si inspira alla foresta amazzonica, ai suoi popoli, ai suoi miti, ai suoi alberi ed animali e al impegno di salvare il patrimonio naturale e culturale della foresta alla denuncia della sua distruzione.

Dal 1968 al 1971 lavora come giornalista nel campo della cultura e della critica dell’arte a San Paolo, sviluppando una collaborazione con artisti – come Maria Bonomi, Saverio Castellani, Tomie Otake, Otavio Araujo e altri – scrivendo poesie (riunite nel suo libro di poesie, (“Siamo pensiero” Milano, 1972) prefatto e tradotto da Ruggero Jacobbi) per i loro cataloghi e successivamente saggi sulle loro opere. L’interazione tra arti visive e poesia è sempre stata una costante nel suo lavoro.

Nel 1971 pubblica in Brasile il libro di racconti “Os Convites”(Gli inviti).

Nel 1972 Márcia Theóphilo lascia il Brasile, sottraendosi con l’esilio alla repressione di una dittatura militare che impediva la libertà di scrivere e di studiare.

Nello stesso anno conosce a Roma il poeta brasiliano Murilo Mendes che le presenta il critico letterario Ruggero Jacobbi e il poeta spagnolo in esilio Rafael Alberti, con cui stabilisce un importante rapporto di lavoro e amicizia.

Il sodalizio con Rafael Alberti nasce dalla capacità dell’illustre maestro di unire pittura e poesia in un’unica arte animando i versi con immagini e colori. Ma ciò che soprattutto li ha legati è stato l’impegno per la libertà.
Un altro importante aspetto di questa amicizia, che è durata dieci anni fino al ritorno alla Spagna del poeta, è stato la partecipazione nei recital europei, dove Márcia Theóphilo ha scoperto la sua capacità di comunicare con il grande pubblico.

In questi incontri internazionali – tra cui “Poetry International” (Rotterdam, 1977) la “Convenzione Internazionale di Poesia” (Struga, Jugoslávia, 1978), il “Congresso di Scrittori Europei” (Firenze, 1978) – conosce Lawrence Ferlinghetti, Evgeny Evtushenko, Mario Luzi, Allen Ginsberg, Gregory Corso e altri.
Tra il 1973 e il 1979 pubblica, in Italia i libri di poesia: “Siamo pensiero”, “Basta che parlino le voci” e “Canções de Outono”; i saggi “Massacro degli indios nel Brasile d’oggi” e “Gli indios del Brasile”; la piéce teatrale “Arapuca”.

Quando in Brasile il processo di democratizzazione inizia, nel 1979, Márcia Theóphilo torna a San Paolo dove partecipa al Movimento per la Democrazia. È corrispondente della rivista italiana “Noi Donne”.
Nel 1980 pubblica nel giornale italiano “Avanti!” un articolo su Luiz Inacio Lula da Silva documentando le lotte sindacali per la democrazia.

Torna a Roma nel 1981 dove continua a lavorare nell’ interscambio culturale tra Italia e Brasile, organizzando incontri culturali – come l’esposizione di artisti italiani e brasiliani “Per la democrazia in Brasile” (Museo Sant’Egidio, Roma, 1981), il meeting internazionale “La parola del Poeta” sezione Latino-americana (Roma, 1982) – traducendo in italiano poeti brasiliani e in portoghese poeti italiani, tenendo conferenze. In questi anni partecipa a vari recital di poesia tra cui: l’”Incontro con la poesia Brasilina” (Roma, 1983), il “Festival Internazionale de Poeti di Piazza di Siena” (Roma, 1983 e 1984), il “Festival di Letteratura dell’Orto Botanico”, (Roma, 1988) la manifestazione della Biblioteca Centrale di Roma “Voci di vita”(Roma, 1989).
Dal 1983 e il 1991 pubblica i libri di poesia: “Catuetê Curupira” che vince il premio “Minerva” 1983 e “O rio, o pássaro e as nuvens/Il fiume, l’uccello e le nuvole” e la piéce teatrale “Dica a quelli che è da parte di Dulce”. Partecipa attivamente alla vita culturale italiana contribuendo alla fondazione della rivista “Minerva”, dirigendo, assieme a Amanda Knering, il Centro Culturale “Donna Poesia”, rappresentando il Brasile nel “Centro Internazionale Alberto Moravia”.

Dal 1986 è rappresentante dell’Unione Brasiliana degli Scrittori (U.B.E.) nel Sindacato Italiano degli Scrittori.
Tra il 1991 e il 2003 pubblica i libri di poesia: “Io canto l’Amazzonia/Eu canto Amazonas”, “Os meninos jaguar/I bambini giaguaro” patrocinato dal W.W.F. Italia, che vince il premio Fregene 1996; “Kupahuba – albero dello Spirito Santo” edito da Tallone, che vince il premio “San’Egidio” 2000; “Foresta mio dizionario” che vince il premio Nazionale Histonium 2003 e il premio “Parco Majella” 2003.

Riceve i premi “Nuove Scrittrici”1997, “Carsulae” 2001 e “F.I.Te.l Nazionale” dos sindicatos CGIL-CISL-UIL 2002 per la carriera. La sua poesia entra a far parte di varie antologie tra le quali: “Quel dio che non avemmo – 20 poeti dell’Europa e del mondo” (Roma, 1999); “Poesie d’amore. In segreto e in passione” (Roma, 1999); “Antologia de Poetas Bralileiros” (Lisbona, 2000); “Antologia da Poesia Brasileira” (Santiago de Compostela, 2001); “Per amore” (Roma, 2002). Partecipa come poeta a varie manifestazioni culturali tra cui: Recital di Poesia della Fiera del Libro di Francoforte (Francoforte, Germania, 1994), a manifestazione poetica della Biblioteca Municipale di S. Paolo “Scrittori nella Biblioteca” (S. Paulo, 1994); “Ungaretti, poeta de três continentes”(São Paolo,1997); “Moto Perpetu” (Pescocostanzo,1997); “Manifestazione Poetica del Premio Feronia” (Roma, 1999); “Prima giornata mondiale della poesia, festa della Poesia”(Roma, 2000); “Settimana dei diritti umani”, (Umbria 2001), “La notte dei Poeti” (Nettuno, 2001), Festival internazionale di poesia di Palazzo Ducale (Genova, 2002), “Prima Rassegna dei Parchi e dell’Ambiente”(Cosenza 2002), “Manifestazione inaugurale della giornata mondiale del libro” dell’U.N.E.S.C.O. (Anno dell’acqua fluviale) (Camera dei Deputati, Roma, 2003), “Carovana dei Poeti per la Pace” (Italia, 2003), Festival Letteratura di Mantova, edizioni 2006 e 2009, “Knjizevnost Uzivo-Literature Live”, Croazia 2006, Giornata Mondiale della Poesia 2009.
Pubblicazioni all’estero: “Pjesme/Poemas” – Croatian P.E.N. CENTRE, Zagreb, Croazia, 2006
“Amazonas världens andetag” – 2 Kronors förlag, Höör, Svezia 2009. Dal 2003 fa parte della giuria del Premio Internazionale Fregene. Dal 2007 fa parte del Comitato Etico – Scientifico di “Foreste per sempre”.Dal 2009 è Membro Onorario dell’Accademia Mondiale della Poesia

Amazzonia verde d’acqua. Poesia bilingue. Edito il 16/06/2020 E’ il suo ultimo volume di poesie, pubblicato da Mondadori per la Collana “Lo Specchio”.

Marcia Theophilo è sposata con il maestro pittore Aldo Turchiaro, testimone e interprete della grande pittura italiana del ‘900.

“Eyes in Color”. la mostra.

Torre normanna dei Pallotta –
Museo Franco Azzinari

Piazza Castello, 6, 87042 Altomonte CS
Telefono: 0981 948041
Provincia: Provincia di Cosenza