di  Giuseppe De Pietro

Calabria la Regione, in antiche epoche, dove ebbe inizio d’Italia

Bova

Per me, nato e cresciuto in Calabria, figlio di contadini nicoteresi, anche se ho girato mezzo mondo dalla Terra del Fuoco ai Caraibi, dalla Norvegia al Senegal. In estate preferivo, il mare di Marina di Nicotera. Qualche frutta raccolta dalla mia campagna, un mangianastri da ascoltare musica di Gino Paoli, la Ornella Vanoni, Vinicius de Morais con gli amici sulla spiaggia di Nicotera Marina, Capo Vaticano. Qui, nella scogliera di Nicotera – paese immerso nel verde, nel vibonese, dal quale mio padre Salvatore insieme ai suoi partì nel 49 per andare in Argentina –
Quella libertà che finiva a settembre, non appena si tornava tra i monumenti di Roma, a fotografare o scrivere, il mio lavoro di sempre. Pino De Pietro ha cominciato a costruire la sua avventura umana e professionale straordinariamente singolare. Fotografo di viaggi girando in quasi tutta l’America Latina, successivamente nel mondo che ha dedicato decine di anni alla fotografia naturalistica, iniziano in Argentina, in Brasile, Chile, all’epoca avevo più di cento reportage pubblicati, collaborando con vari giornali argentini e brasiliani.

Pranzo in campagna

A 27 anni ho deciso di trasferirmi a Roma, a mezz’ora dal mare, di fianco al Colosseo. Mi dedicavo a realizzare reportage di personaggi in privato, mi occupavo di moda e realizzavo reportage di viaggi. Dirigevo l’agenzia fotogiornalistica “De Pietro Press International Photos”. Molti anni dopo fondai Suntime Magazine, stampato in 80.000 copie, oggi scrivo, viaggio, invento itinerari di viaggi nella natura. Se mi affaccio davanti il Parco di Aguzzano di sera, nel taglio di luce dei lampioni nella notte scura, posso vedere gli occhi riflettenti di qualche volpe con la coda rossa che corre con i suoi piccoli, di giorno il volo di una poiana, lo sguardo interrogativo delle cornacchie, le ali verdi dei pappagalli. Nelle mattine d’autunno vedo il mutare delle foglie dell’albero di tiglio davanti casa.

Locride

Ma a me piace ricordare la Calabria degli anni ’80. Con una certa meraviglia ho scoperto recentemente che un gruppo di donne di diversa provenienza residenti da quelle parti s’incontra a ogni cambio di luna, per una meditazione tutta al femminile. Misteriosi percorsi di vita hanno portato qui la bella mora Juana Ventrici scrittrice argentina, la calabro-argentina tornata nella terra dei suoi, la fotografa africanista arrivata con un barcone dalla Libia, la facilitatrice di rapporti umani del Belgio, l’acrobata del fuoco di Caracas, la carioca studiosa di Rio e la colta donna di Melbourne figlia di emigranti calabresi lì in Australia che le ha messe insieme, e molte altre ancora. Ognuna, è arrivata da lontano, calamitata dal cerchio di donne, per decifrare il proprio tempo della semina e del raccolto, sotto la luna nuova di questa Calabria.
Ma poi, la scelta che non ti aspetti: trasferirsi in quei paesi tra le colline e montagne affacciate al mare per dedicare il suo lavoro di valorizzazione e divulgazione culturale alla nostra regione calabra. Per coltivare quel “seme” della ricerca e della curiosità che l’ha sempre inseguita, aprendole sfide infinite.
«Ho imparato presto ad amare sapori, suoni, profumi e gesti della mia terra e certo non immaginavo potessero diventare i miei “oggetti di studio” all’interno di una disciplina che ancora non sapevo si chiamasse antropologia. Ma quelle canzoni raccolte dalla bocca della zia Teresa, quel pane impastato dentro la maida da mia cugina Sara e quei passi di danza incorniciati dalle luminarie della festa – racconta Pina – hanno acceso in me un grande amore per la cultura tradizionale, un interesse per il sacro e per il rapporto tra uomo e natura».
L’abbiamo incontrata a Reggio Calabria dove ha presentato “L’uomo di una volta”: un libro sui beni immateriali patrimonio Unesco (tra i quali la Varia di Palmi).

La Cattolica di Stilo

Cosa mi ha spinto tornare in Calabria. «Intanto, debbo dire che si tratta di una mia presenza temporanea, l’intento è quello del desiderio di trasformare in quotidianità l’evento della “Fiera del Turismo Rurale” di fine estate, di sentirmi parte del cambiamento continuo delle stagioni, che ne ho parlato nel mio libro “Nicotera, una volta”. Dedicare il mio lavoro a far conoscere tesori sconosciuti della mia terra e aumentare l’autostima di chi ci abita. Ma, soprattutto dare un mio apporto per un volto nuovo alla Calabria. È davvero uno stimolante polo d’interesse aperto alla Regione e vocato all’inserimento dei giovani nel sempre più variegato mondo dell’arte e della cultura creativa».
Nascendo in campagna, sento molto quest’esperienza. «È bellissimo poter trasferire agli amanti della natura e del territorio, di conclamato talento, la consapevolezza del valore culturale del proprio territorio, far conoscere culture lontane e scoprire dei bisogni e dei comportamenti sociali. Farli appassionare e offrire gli strumenti per fare ricerca sul campo e per ricucire il sistema della trasmissione orale del sapere».
Da anni, in Calabria, ed in particolare a Nicotera mi ero impegnato a dare voce al patrimonio immateriale del borgo e della regione, ideando e presentando vari progetti, scrivendo e fotografando per riviste importanti anche all’estero, ma mai un concreto ascolto da parte delle varie amministrazioni che si sono succeduti.

Tarantella calabrese

Eppure, il mio cammino sembra ancora tutto in salita? «Lo ametto – le idee non finiscono mai. Soprattutto, avverto una necessità: mettere in sicurezza la cultura di trasmissione orale e i beni immateriali della nostra regione minacciati di estinzione, ma ancora vitali. Quando muore un vecchio, è come se si incendiasse una intera biblioteca; all’antropologo il compito di proteggere questi tesori e di catturarli se sono sul punto di scomparsa per dare valore identitario alle nuove generazioni».

U pani i casa

Da qui un accorato appello alle istituzioni e alle autorità competenti: «È necessario e urgente effettuare un rilevamento a tappeto di questo patrimonio calabrese, mettendo in campo forze nuove, giovani che abbiano acquisito competenze, offendo opportunità di lavoro e visibilità internazionale alle nostre peculiarità più importanti. E ciò – conclude – anche per spostare finalmente i riflettori da quelle tristemente note». Appena si mette piede in Calabria, ci si rende conto subito di esser arrivati in un luogo unico, non fosse altro che per l’aria composta da un mix di salsedine e profumi di montagna che riempie i polmoni al primo respiro. La Calabria è così, una terra difficile da comprendere e che sicuramente necessita di grande attenzione per essere scoperta in tutta la sua diversità, perché seppur vi sono bellezze da mozzare il fiato, soltanto il viaggiatore con una certa conoscenza del luogo e spirito d’intraprendenza sarà in grado di ammirarne le qualità nascoste.
Sentieri di montagna che si estendono fin sopra le catene del pollino, fauna autoctona che popola i boschi verdi d’estate e bianchi d’inverno, con l’arrivo della fredda stagione e della neve. Ma la Calabria è anche litorali serpeggianti, spiagge bianche, mari trasparenti e colorati d’azzurro cielo, nonché prelibatezze eno-gastronomiche elaborate per mezzo di tecniche culinarie senza tempo.

Strumenti tipici calabresi

E a partire da questa identità oggi si prova a immaginare nuovi scenari possibili, diversi da quelli descritti da Corrado Alvaro in Gente di Aspromonte: «Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d’inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque». E’ territorio di bellezza selvaggia che comprende tanti Comuni di Reggio. Un passato che lo immortala come covo di briganti e sequestratori. Un presente che ribalta la sua fama con la nuova consapevolezza della sua meraviglia segnata da tesori d’arte e da scenari mai visti, come il mare che viene incontro insieme all’Etna fumante mentre si scia a Gambarie.

Scalea

E alla fine la montagna si tuffa in mare, sprofondando oltre 1.000 metri nello Stretto di Scilla e Cariddi. Una montagna che si solleva dagli abissi e ne conserva la memoria, con conchiglie fossili sui sentieri e lo scheletro di una balena ritrovato a quasi mille metri di quota. In questo territorio di confine, dove si sente tutta la vastità dell’altrove, l’Appennino diventa “Meridionale” e si declina in Serre, Pollino, Sila e Aspromonte, regalando alla Calabria il primato italiano di un Parco Regionale e tre Parchi Nazionali. Insieme al raro privilegio di abbracciare con lo sguardo, dallo stesso punto di osservazione, alba e tramonto su due mari diversi.
L’Aspromonte durante l’ultima glaciazione ha dato rifugio ad animali e piante, e anche agli uomini con i loro arcaici saperi. Ma che allo stesso tempo sembra talvolta allontanarli da sé: terremoti, inondazioni, e poi la precarietà delle strade, la chiusura delle scuole, la mancanza di lavoro hanno determinato il drammatico spopolamento di queste aree. Eppure «contro ogni apparenza, i luoghi abbandonati non muoiono mai» ho scritto tante volte sullo scarso entusiasmo dei giovani, quindi, l’allontanamento del proprio territorio calabrese. «Si solidificano nella dimensione della memoria di coloro che vi abitavano, fino a costituire un irriducibile elemento d’identità».

Parco naturale del Pollino – Sila

Il valore sacro dell’ospitalità, che anche Ulisse aveva ben chiaro quando si chiedeva: «Alla terra di quali uomini sono arrivato? Sono forse violenti, selvaggi e senza giustizia, o sono ospitali e nella mente hanno il rispetto per gli Dei». Una peculiare forma di accoglienza, che si manifesta con l’invito ad assaggiare la pasta e ceci che si fa in Calabria con i “filieja”, le olive schiacciate e il bicchiere di vino nuovo a di Nicotera, la ricotta appena fatta dai pastori di Monte Poro. Che qui l’incontro tra esseri umani si consacri nel cibo lo hanno sperimentato illustri viaggiatori del passato, magari percorrendo a piedi e a dorso di mulo l’Aspromonte e la Sila, ma soprattutto condividendo il racconto e il pasto con i suoi interlocutori: «Ogni fiume, ogni pietra, ogni paesello annidato su di una rupe rappresenta il fulcro di memorie storiche, e da tutta la superficie sua spira il soffio di un antico e venerabile tempo».

Nicotera Marina

Questo soffio si sente forte e chiaro se lasciamo la strada del litorale per seguire le frecce che indicano paesi dove qualcuno parla ancora l’antica lingua di Omero: Bova, per esempio, alle porte del Parco dell’Aspromonte, dove le case antiche del borgo sono state recuperate. «La lingua è la punta dell’iceberg di una tradizione culturale che può essere di grande ispirazione oggi». La ragazza di Bova che ho incontrato una mattina mi diceva «Da quando mio padre mi ha preso in braccio per la prima volta e mi ha sussurrato agapi mu, amore mio, con me e le mie sorelle ha parlato sempre esclusivamente il greco di Calabria: è il regalo più bello che ci potesse fare». Una lingua che fino ai primi del ’900 prevaleva sull’italiano in 16 Comuni, rinnegata poi negli anni ’50 e che ora si cerca di rivitalizzare.

Filejia con i ceci

A Gallicianò, un pugno di case incastonate tra montagne e fiumare, «si nasce imparati» nella musica e nella danza, nella scuola di musica “Tarantella crea dipendenza”, dove adulti e bambini ritrovano gli antichi passi. A Cataforìo si balla «come Dio comanda» mi dice un musicista e ballerino da quando, bambino, lo fulminò la visione della prima “rota” con il mastro di ballo e la coppia al centro. Qui due volte l’anno in centinaia vengono calamitati da “U stegg!”, lo Stage Itinerante di Danza e Strumenti dell’Aspromonte Meridionale in cui si suona zampogna, organetto, tamburello, lira calabrese, per una festa a ballu all’usu anticu. Un’atmosfera da happening internazionale che si mescola alla sagra paesana, come dice Peppe: «I partecipanti arrivano da tutto il mondo e se ne vanno strabiliati dopo aver ballato con gli anziani del paese nel cerchio sacro della “rota”, riuniti attorno ai suoni e alla tavola imbandita».

Capo Vaticano

Camminatore errante tra sentieri ed umanità quella che definisce una malattia epidemica diffusa tra i calabresi: «L’amnesia dei luoghi» di Aspromonte, Sila, Serre e Pollino, inducendo a praticare il cammino, anche interiore, davanti a queste montagne dove «nel silenzio e nel vuoto si è grati all’origine della vita, qualunque essa sia».
Lassù vedo Colle Marcione di Civita all’alta valle del Raganello, nel Parco Nazionale del Pollino, la più grande area protetta d’Italia, oltre 192.000 ettari tra Basilicata e Calabria, con le vette più alte del Sud, cascate e rapide, chilometri di canyon circondati dai boschi. Qui vicino c’è la casa colorata di una sociologa ritornata alle proprie origini a Civita, cittadina del XV secolo abitata da popolazione arbëreshë, gli albanesi d’Italia, e famosa per la sua “architettura parlante”: case con finestre per occhi, un comignolo per naso e per bocca un gran portone. «La mia è un po’ casa e un po’ albergo» lei sorride mentre versa un bicchierino di stregonia, liquore ricavato da una delle erbe raccolte nel corso dei laboratori che organizza sul territorio. Si chiama “Il comignolo di Sofia”, dal nome di sua figlia, che corre con lei sui crinali e fa visita ai pastori per assaggiare la ricotta. «Ricotta di “capre felici” che serviamo a colazione insieme alle crostate di farina carosello, alle mandorle locali, al miele di fichi, alle uova saltate in padella con pipi cruschi» quei peperoni secchi cuciti tra loro che a volte Stefania indossa come collana. «Attorno a questo tavolo si ritrova un piccolo mondo di viaggiatori per i quali la vacanza è esperienza di vita, desiderio di comunità» racconta. E assicura che questi piccoli paesi segnano un passo nuovo anche per il turismo, che diventa conoscenza, ricerca di nuovi mondi dove si conservano umanità e saperi dimenticati.

Grotte di Zungri

La Sila è «un misterioso riaffiorare dell’estremo Nord sulla punta meridionale della penisola italiana». Silva Brutia si chiamava al tempo dei romani questo complesso montuoso di 150.000 ettari tra le province di Cosenza, Crotone e Catanzaro.
Laghi blu cobalto nei quali si riflette il verde e il rosso delle maestose foreste secolari, l’aria e l’acqua tra le più pure d’Europa, il lupo come emblema, il fungo porcino come principe dei sapori. Secondo un uomo della Sila amante turismo sostenibile, pochi territori possono vantare, insieme a queste caratteristiche, quasi 700 chilometri di sentieri segnati dal Cai, con attenzione a ogni tipo di disabilità, piste da sci e un antico treno con locomotiva a vapore del 1926 che sale attraversando campi e foreste fino ai 1.406 metri della stazione più alta d’Italia. C’è ancora qualcuno che aguzza l’ingegno, e aggiunge alla lista camminate notturne sotto la luna, d’inverno con racchette da neve, e percorsi benessere vista lago; mentre tanti altri, tra i più lungimiranti viaggiatori della regione, inforcano la bici insieme ai ciclisti di tutto il mondo che frequentano il suo albergo a Camigliatello.

Lago Lorica – Sila

C’è un cuore verde pulsante nel territorio calabrese che si estende dalla provincia di Cosenza abbracciando il resto della regione, la Sila, uno dei altopiani più affascinanti d’Italia, dove si possono ancora ammirare i caratteristici paesaggi montanari che hanno caratterizzato la tradizione silana, nonché perdersi tra sentieri naturali dai colori cangianti, dove il passaggio dell’uomo è soltanto un’occasione, mentre flora e fauna la fanno da padrona.
Il territorio della provincia di Cosenza si circonda di paesaggi unici che, al cambiar della stagione, mutano d’aspetto per accogliere al meglio le creature che di giorno e di notte ne popolano la terra: Il classico fungo porcino, re dei miceti, che con il suo sapore selvaggio e corposo riesce a trasformare ogni piatto in una pietanza dal sapore ricercato; la beccaccia, che con il suo dolce svolazzar di ali si perde leggiadra tra i boschi; il lupo, che solitario e senza fretta si aggira in cerca del luogo dove riposare.
San Giovanni in Fiore, Camigliatello, Lorica: non è difficile comprendere bellezza e genuinità di simili luoghi — basta recarsi nel Parco Nazionale della Sila ed intraprendere uno dei molteplici sentieri per ammirarne la naturale bellezza.

Camigliatello

Salendo a nord e dirigendosi verso il confine con la Basilicata, il territorio calabrese è ricco di parchi naturali che racchiudono borghi cittadini fermi nel tempo. Anche semplicemente percorrendo la strada all’interno della propria auto, ci si incontra in un cammino dove panorami mozzafiato si susseguono.
Il massiccio del Pollino è uno dei posti più suggestivi dell’intera zona, un gruppo di cime di montagna che caratterizza la parte iniziale dell’Appennino Meridionale. Salendo al Pollino è possibile visitare le riserve naturali di Serra Nicolino Piano d’Albero e di Valle del fiume Argentino, ricche di cinghiali, caprioli, volpi, lepri, donnole, ricci e scoiattoli; si ha l’opportunità di affacciarsi da una finestra naturale dalla quale è possibile ammirare tutto il territorio della Calabria del nord, fino alla Sila ed alla piana di Sibari; nel caso ci si avventuri durante una bella e limpida giornata, l’occhio avrà l’opportunità di perdersi in lontananza sino all’affascinante litorale tirreno che caratterizza le lunghe coste della regione.