di Giuseppe De Pietro

Conversazione senza complessi con l’artista Daiana Martinello una delle opere esposte a Roma.

“Quante cose, fogli, pennelli, atlanti, coppe, chiodi, ci servono come schiavi non detti, cieco e stranamente furtivo! Dureranno oltre la nostra dimenticanza; non sapranno mai che ce ne siamo andati”
(Jorge Luis Borges, “Cose”)

 

Così, questo giovedì 9 dicembre, nella Casa Argentina a Roma, è stata presentata in anteprima questa importante mostra dell’argentina Daiana Martinello.

Mi dice Daiana che; “gli oggetti che non vogliamo lasciare andare perché sono sempre stati lì, ci appartengono, prendono identità come memoria, significano come vestigia della vita che fu, del tempo che passa, mostrano una geografia dettagliata di ciò che siamo stati”.

 

Se raccogliessimo tutti i nostri averi, convocando con il loro silenzio le migliaia di esseri che li abitano negli anni, avremmo alla fine una radiografia dettagliata del loro usufrutto.
Quello che abbiamo usato non serve più a nessuno, ma il suo segno resta per indicare il cammino che abbiamo percorso, per costruire un legame commemorativo contro l’oblio

 

Rimaniamo negli oggetti che eravamo. Siamo, senza poterlo evitare, ciò che avevamo.
Sono tutti oggetti del mio lavoro che esploro il rapporto tra pittura e spazio.
Un dipinto che si chiede se sia fotografia, palcoscenico, presentazione o rappresentazione. A volte è vestito come un’installazione o inserito in un corpo scultoreo, ma il dipinto rimane sempre.

Recupero la pittura non solo come medium artistico, ma come spazio dove il contatto umano restituisce al flusso vitale un istante del passato o un frammento romanzato. Scelgo per quel momento di diventare un evento scenico temporaneo che materializzi il sogno di ogni quadro illusionista: lo spettatore che vi cammina dentro, lo vive

.

Mi ispiro al familiare; a quegli spazi quotidiani, intimi, silenziosi, alcuni abitati, altri disabitati, ma sempre luoghi sensibili per connotare presenze nell’assenza.

Intendo lo spazio come un luogo pieno di segni, che significano come vestigia della vita che fu, del tempo che passa. L’architettura si comporta come un’esperienza e la pittura propone una strada sbagliata che mette in luce il rapporto tra finzione e realtà.

La simulazione è il modo in cui scelgo di attraversare la realtà dalle pratiche contemporanee. Considerando sia la tecnica di una pittura realistica, sia la dimensione delle mie opere, elementi che esaltano la mimesi e la riflessione del reale, dalla costruzione di una nuova realtà.

 

La mostra “Unexpected Spaces”, esposta nella sala della Casa Argentina a Roma sotto la cura “Fluid Constellations / Modes of Living”, delle artiste Daiana Martinello, e altre artiste come Marie Orensanz, Marcela Sinclair, ed Eugenia Calvo.
La partecipazione di questi artisti in Italia cerca “l’attivazione e l’integrazione internazionale della scena culturale argentina” e ha sottolineato che esprime “uno degli obiettivi centrali” della mostra: “il networking tra paesi”.
“Questa è una biennale senza confini. In un mondo che costruisce muri, costruiamo processi di integrazione. Il valore fondamentale di questa biennale è riunire persone di origini diverse, senza alcun tipo di nazionalità, razza o differenziazione di genere”.